Istruzione e nuovo (dis)ordine economico mondiale

giugno 8, 2012 § Lascia un commento

 pino patroncini

Nei nostri incontri mettiamo molto spesso giustamente in luce l’importanza delle politiche nel settore della conoscenza per un rilancio delle politiche di crescita economica, tanto “desiderate” in questi tempi di crisi. Ma, dato che ai nostri incontri partecipano quasi sempre insegnanti, qualcuno poterebbe obiettare che ci diciamo queste cose “pro domo propria”. E d’altra parte non vi è dubbio che dopo un periodo di centralità dei temi scolastici, anche in ragione dell’aspra battaglia che nell’ultimo decennio ha visto scontrarsi i lavoratori della scuola e dell’università con i ministri Moratti e Gelmini, le asperità della crisi abbiano un po’ “messo in riga” scuola università e ricerca, nel senso proprio di allinearle alle politiche di taglio che colpiscono un po’ tutti i lavoratori pubblici e privati. Insomma la centralità della filiera della conoscenza è sembrata un po’ scemare, schiacciata tra gli ormai vecchi miti autonomistici pestati nel mortaio di casa PD e i richiami a una realpolitik risparmiosa.

 

Eppure basterebbero per allarmarci i dati quantitativi (quantitativi e non solo qualitativi, va sottolineato!) che da alcuni anni manda in giro l’OCSE (l’OCSE, non il Comintern!). Tra le giovani generazioni (25 – 34 anni) l’Italia è di circa 10 punti sotto la media dei diplomati nell’OCSE ed anche nell’Unione Europea: grosso modo 73% contro 83%. Con alcuni paesi, guarda caso proprio dell’Est europeo, la differenza è anche del 20-25%. Il che dimostra che le aziende non vanno all’Est solo per i bassi salari, ma anche per condizioni “ambientali” compatibili. A livello di lauree e diplomi universitari (il termine esatto è “terziari”) lo scarto sale al 15%. L’Italia ha, sempre tra i giovani, appena un 20% di laureati contro il 35% dell’Unione Europea e un 34% dell’OCSE. Ci sono paesi comela Corea(che 40 anni fa stava assai peggio dell’Italia!) o il Canada, che hanno il 60% di laureati e da noi c’è ancora chi si scandalizza se «anche l’operaio vuole il figlio dottore». Si parla molto della fuga dei cervelli italiani, ma se si guarda al mercato internazionale dei laureati – sono sempre dati OCSE – si scopre che il 50% provengono da USA, Giappone e Cina, l’Italia ha appena il 2,9%, meno della pur malmessa Spagna, che ha il 3,1% pur avendo anche una popolazione minore. E i dati OCSE non contemplano l’India, la quale, comela Cinadel resto, sforna mezzo milione di laureati all’anno, più o meno quanti in Italia si sforna non di laureati ma di diplomati.

Per giustificare queste differenze si fa riferimento al fatto che gli altri paesi hanno da tempo sviluppato un sistema di istruzione terziaria articolato in diversi livelli: diplomi post-secondari, lauree brevi, lauree lunghe, master e dottorati ecc. L’80% delle lauree testate dall’OCSE sono tuttavia per lo meno delle lauree lunghe. Dopo di che non si capisce perché allora le lauree brevi, istituite da alcuni anni anche da noi, non funzionino: hanno la paradossale conseguenza di servire poco sul mercato del lavoro e allo stesso tempo di non produrre differenze sostanziali con la retribuzione di una laurea lunga. Insomma si riproduce una distorsione del mercato del lavoro italiano per cui si preferisce personale dequalificato a personale qualificato, come già succede con i diplomi. In questo quadro c’è da chiedersi a che serva e se non sia piuttosto controproducente l’abolizione del valore legale del titolo di studio e tutta la discussione che circonda questa  faccenda, dal momento che questo vale di fatto solo nel settore pubblico. Così come c’è da chiedersi a che serva il massacrante gioco del cerino tra Stato, regioni e privati a cui da anni assistiamo intorno alla istituzione dei percorsi superiori post-secondari. Risultato: quest’anno partono i cosiddetti Istituti Tecnici Superiori per 2.500 studenti: in Francia i loro corrispettivi vedono una frequenza di 300.000 alunni, una “portata” di oltre cento volte superiore! Per non parlare della polemica contro l’alto numero delle università e non piuttosto sulla loro “specializzazione” (in Italia istruzione terziaria e istruzione universitaria praticamente sono la stessa cosa): nella sola Renania-Westfalia, industriosa e industriale regione tedesca balzata in questi giorni agli onori della cronaca per ragioni politiche, ci sono 18 tra università e istituti universitari, 33 istituti superiori di qualificazione professionale e 9 istituti superiori per arte e musica.

Il problema di un innalzamento quantitativo della preparazione culturale e professionale dei giovani e la sua importanza a livello mondiale è stata a suo modo registrata persino dalla Unione Europea. A differenza di Lisbona 2000 che portava come obiettivo per il 2010 una riduzione della dispersione scolastica nella secondaria al 15% (e in Italia è al 19%), il documento Europa 2020 da come obiettivo per quella data il raggiungimento del 40% di laureati (e noi siamo al 20%!) e, per la scuola secondaria, sempre l’85%, ma non più di generici titoli secondari che giustifichino la non-dispersione, bensì di titoli utili per il passaggio all’università (di “maturità” per dirla all’italiana).E’ evidente che il problema è ben diverso dalle menate sulle eccellenze a cui tanto insistevano Gelmini e Moratti. È un problema di massa, se persino l’Europa lo gestisce così: per dirla in gergo florifaunistico (o sportivo), è un problema di vivai. Ebbene in Italia le cose stanno così: dando come ininfluente la dispersione fino a 14 anni, possiamo dire che i nostri figli oggi frequentano gli studi per il 98% fino a 15 anni, per l’83% fino a 17, per il 73% fino a 19 (la maturità), per il 43% fino a 20 (tante sono su una classe di età le iscrizioni all’università), per il 36% fino a 21 (infatti il 20% delle matricole abbandona dopo un anno) e solo il 20% arriva alla fine degli studi universitari. Con una simile progressione è evidente che il 40% di laureati resta una chimera e che il potenziamento degli studi va affrontato in tutto il suo percorso, senza escludere per altro il recupero del tempo perduto attraverso una seria politica sul fronte della educazione degli adulti. Ma in questi anni si è agito al contrario: Moratti, Gelmini (e anche Formigoni e Sacconi, il primo con la sua legge regionale e il secondo con quelle sull’apprendistato) con le loro politiche incentrate sui licei da una parte e sulla formazione professionale regionale dall’altrahanno strozzato l’istruzione tecnica, rilanciato il cosiddetto ciclo breve e di fatto indotto una riduzione della percentuale di coloro che arriveranno ad un titolo preuniversitario, quasi che quel 40% di lauree poste come obiettivo potesse essere garantito solo da quel 40% che costituisce lo scaglione di alunni iscritto ai licei. E c’è da chiedersi quanto anche a sinistra questa cosa sia stata compresa da tutti fino in fondo.

Da più parti si dice che l’Italia non può competere con l’Est europeo o con l’India ela Cinasul costo della manodopera, ma che anzi occorre puntare a innovazione progettazione e ricerca. Più che di competizione economica, idea che sembra dare per scontata la “fissità” delle produzioni e la variabilità (in peggio) delle condizioni di lavoro, si dovrebbe parlare allora di collocazione nell’economia mondiale globalizzata, di nuova collocazione nel nuovo (dis)ordine economico internazionale. Ma una nuova collocazione non si può ottenere se non esistono basi di conoscenza tali da reggere il confronto con chi queste basi se le sta già dando a passi da gigante.

 

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