La scuola europea e la crisi

giugno 21, 2013 § Lascia un commento

pino patroncini

éRicostruire un’azione comune europea partendo dalla consapevolezza che di fronte a politiche pesantemente antipopolari, a volte tra loro persino più simili di quanto si pensi, si manifestano momenti di resistenza ovunque è una delle scelte a cui non si può e non si deve rinunciare.

Si è svolto ad Atene (il 7 e l’8 giugno scorsi) l’Alter Summit, il convegno-manifestazione organizzato da soggetti già partecipanti ai diversi social forum europei con l’intenzione di raccogliere e mantenere a confronto sindacati dei lavoratori e movimenti sociali. Il senso dell’operazione è quello dell’organizzazione di un fronte sociale a livello europeo per fare fronte alla crisi del modello economico liberista, la quale anziché unire i soggetti che contrastano tali modelli, rischia di rinchiuderli dentro orizzonti nazionali quasi nell’illusione di preservarsi dagli effetti del “contagio”.

Il mondo della scuola e dell’educazione è ampiamente coinvolto in questa operazione: non sfugge a nessuno il fatto che da un po’ di tempo a questa parte sembrano essersi allentati, insieme ai confronti, i parallelismi tra le tendenze, i processi e anche le resistenze che caratterizzavano i sistemi scolastici dei diversi paesi. Risale ad appena una decina di anni fa quella situazione per cui nell’arco di un mese si misero in moto agitazioni analoghe in buona parte dell’Europa occidentale su processi analoghi ispirati da governi anche diversi ma all’interno di medesime concezioni  socioeconomiche. Oggi, al contrario, attraverso giornali e TV assistiamo paese per paese ai vari colpi che sono sferrati di volta in volta nelle situazioni più deboli, come la Grecia, o la Spagna o Cipro, quasi consolandoci di non essere noi in quelle condizioni o semplicemente interrogandoci se anche noi arriveremo a quei livelli o se ci fermeremo prima.

Atene doveva servire ad evitare tutto ciò e a rimettere in piedi le condizioni per un lavoro comune, una strategia comune, un’azione comune contro le politiche di austerità. Anche nel campo della scuola e dell’educazione. Infatti all’educazione è stata dedicata una delle sessioni nella giornata del 7 giugno. In quella sede è stato possibile fare il punto sugli effetti della crisi su questo settore, ma anche capire come ci sia chi approfittando della crisi per introdurre cambiamenti irreversibili in una campo che costituisce uno dei beni comuni più preziosi per l’intera società europea.

Politiche scolastiche liberiste

Come per altri settori anche per la scuola e l’educazione emerge sempre più un’Europa a due marce: nei paesi dell’Europa meridionale ed in quella dell’Est siamo di fronte a misure drastiche e pesanti tali da sconvolgere i sistemi scolastici e le vite stesse dei lavoratori della scuola, nell’Europa del Nord la battaglia riguarda in misura minore tagli di risorse o aspetti di spesa, ma piuttosto la destinazione di quest’ultima e le politiche scolastiche progressivamente convertite in senso liberista.

In Germania, dove si diceva (ed era così) che il governo pur tagliando la spesa pubblica avrebbe aumentato gli investimenti nell’istruzione, ciò non è ancora avvenuto.

In Gran Bretagna continua ad essere incrementato un processo di mercificazione e privatizzazione della scuola , “giustificato” da progressivi tagli come avviene da tempo.

Nei Paesi Bassi le riduzioni di spesa hanno riguardato soprattutto gli interventi per i bisogni educativi specialmentre il blocco dei salari, che dura da 4 anni, e l’innalzamento dell’età di pensionamento a 67 anni (con personale più anziano e perciò più pagato), produce un rallentamento nelle assunzioni e un aumento del fenomeno della carenza di insegnanti, a cui finiscono col fare seguito o la riduzione della settimana scolastica o la richiesta di innalzamento dell’orario per i docenti in servizio. Il sistema delle autonomie finanziarie delle scuole olandesi poi moltiplica gli effetti: la paura della situazione spinge ogni scuola ad essere “parsimoniosa” risparmiando sulle risorse e assumendo personale solo con un rapporto di lavoro precario.

In Francia, il paese mediterraneo meno colpito da fenomeni di taglio, la politica del nuovo governo Hollande fatica a distinguersi da quella di Sarkozy, le cui misure, dall’alto numero di alunni per classe a  quella riguardante l’età pensionabile, ancora incombono sul sistema. Così la montagna delle discussioni sui bisogni educativi (“più insegnanti che classi”) rischia di partorire il topolino di 11 insegnanti su 10 classi, mentre la settimana lavorativa degli insegnanti elementari dovrebbe passare da 4 a 5 giorni e il monte annuale delle lezioni da 144 giorni a 180.

Sul fronte delle nazioni dove la situazione si presenta in maniera radicalmente più grave, lo sgradevole ruolo di capofila è ovviamente tenuto dalla Grecia: qui la Troika (FMI, BCE, EU) ha già imposto una riduzione della spesa pubblica del 33% finora per arrivare al 47% nel 2016, una riduzione del 45% dello stipendio dei nuovi insegnanti. una riduzione dell’organico docente del 12%, un collegamento della progressione stipendiale e persino del mantenimento in servizio a una valutazione, la chiusura di scuole e la soppressione di supporti scolastici con la perdita di 32.000 ore settimanali di lezione. Ma come se ciò non bastasse all’orizzonte dell’apertura del prossimo anno scolastico si profilano il licenziamento di 10.000 precari, l’introduzione del trasferimento nazionale obbligatorio per i soprannumerari, un incremento dell’orario settimanale di lezione variabile da 2 a 5 ore, un ulteriore ridimensionamento della rete scolastica con fusioni e soppressioni di classi e di scuole.

In Portogallo, dove successivi colpi di mano finanziari hanno portato la spesa per l’istruzione al 3,8% del PIL, dove l’orario di lezione degli insegnanti della secondaria era già stato portato da 20 a 24 ore (portando a 60  l’ora di 50 minuti e poi dividendola di nuovo in spazi di 50 minuti), si prospettano ora 10.000 licenziamenti a settembre, un ulteriore aumento dell’orario di lavoro e l’innalzamento dell’età pensionabile a 66 anni, nonché un nuovo sistema di “riqualificazione” che appare piuttosto un pretesto per mettere fuori gioco un buon numero di insegnanti.

In Spagna, dove suona perfino sarcastico dire che le misure vanno inquadrate dentro una legge denominata Legge per il Miglioramento della Qualità Educativa (LOMCE), queste hanno prodotto una perdita di 5 miliardi e mezzo di euro in investimenti nell’istruzione, con un abbassamento di salario variabile tra il 5 e il 7,5% a seconda delle comunità autonome (le regioni, da cui le scuole spagnole dipendono) , un peggioramento delle condizioni di lavoro e la perdita del posto per circa  100.000 lavoratori della scuola.

In Romania, come in Francia, il nuovo governo di centro-sinistra non mostra di discostarsi molto dalle politiche del vecchio governo di destra, visto che continuano a rimanere in vigore le sue leggi, come, per l’appunto, la Legge sull’Educazione o quella sul dialogo sociale che rende praticamente impossibile organizzare gli scioperi. Così come invece rimane inapplicata agli insegnanti la legge sui salari del 2008, nonostante le sentenze dei tribunali.

 Lotte oscurate

Come si può vedere la situazione presenta molte sfaccettature ma anche qualche elemento specifico comune come il taglio alle risorse, materiali o umane, l’innalzamento dell’età pensionabile o l’attacco agli orari di lavoro, elementi che sono o sono stati presenti anche in Italia. A volte questi elementi sono presenti anche nei paesi più “fortunati”: la Germania ha aumentato per tempo l’orario di lezione da della secondaria da 18 a 21 ore, così come la Francia ha avuto anch’essa per tempo il suo innalzamento dell’età pensionabile.

Contro queste misure sono state intraprese anche molte azioni, di cui però, se si esclude la Grecia, poche volte i nostri media ci hanno dato notizia: in Francia lo sciopero della funzione pubblica del 31 gennaio, quello della scuola primaria del 12 febbraio, la manifestazione del 6 aprile, le manifestazioni olandesi del 2012 contro i tagli alle risorse, la manifestazione del 26 gennaio e l’agitazione di febbraio in Portogallo, gli scioperi del 13 settembre e del 26 novembre 2012 in Slovacchia, i tre scioperi generali della scuola spagnola negli ultimi due anni.

Ricostruire un’azione comune europea partendo dalla consapevolezza che di fronte a politiche pesantemente antipopolari, a volte tra loro persino più simili di quanto si pensi, si manifestano momenti di resistenza ovunque è una delle scelte a cui non si può e non si deve rinunciare. La tendenza ad isolarsi nel chiuso dei propri problemi con l’idea che questi sono così importanti da richiedere una soluzione a sé è quella che in realtà porta non solo a non aiutare chi di volta in volta si ritrova nell’occhio del ciclone, ma a caderci direttamente nelle medesime condizioni di isolamento.

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