La scuola di Hollande

novembre 15, 2013 § Lascia un commento

 pino patroncini

éUn giornalista francese ha scritto alcune settimane fa che il nemico giurato di ogni ministro dell’educazione è il suo successore. Dunque fare e disfare in ambito scolastico non è solo un vezzo dei ministri italiani. Tutto questo per introdurre un commento sulla politica scolastica d’oltralpe della presidenza Hollande attraverso il suo ministro dell’educazione Vincent Peillon. Il quale sembra essersi impegnato di buzzo buono e si è messo all’opera su tre riforme: la riforma dei ritmi scolastici, la riforma dei programmi e la carta della laicità.

La riforma dei ritmi scolastici

Il predecessore di Peillon, Xavier Darcos, ministro di Sarkozy, aveva ridotto i giorni della scuola primaria a quattro settimanali. Non era stato un colpo di testa: la cosa merita una spiegazione. In Francia i giorni di scuola erano cinque, anzi quattro e mezzo, dal momento che uno era solo di mattina mentre gli altri coprivano la mattina ed un pezzo di pomeriggio. Ma il giorno senza scuola non era il sabato, bensì il mercoledì, giornata in cui le attività scolastiche potevano essere sostituite da altre attività parascolastiche e ricreative o rimanere libere, a seconda dell’intervento delle diverse municipalità. Una formula le cui origini si perdono nel tempo ma che col tempo, in particolare con l’abitudine sempre più diffusa di “santificare” i week-end, aveva visto diminuire la frequenza delle poche ore del sabato. Risultato: Darcos aveva pensato bene di chiudere del tutto le scuole il sabato.

Ma in questo modo il sistema francese aveva 144 giorni effettivi di scuola all’anno (di 6 ore al giorno) contro una media europea di 187 ore, con una concentrazione delle attività che appesantiva i programmi e uno stile pedagogico già di per sé tra i più pesanti a livello mondiale. Quindi la scelta, anche sull’onda di campagne mediatiche, è stata quella di introdurre di nuovo una mezza giornata, ma questa volta il mercoledì. La cosa non è stata indolore: gli insegnanti si sono fatti sentire e insieme a loro gli animatori delle attività parascolastiche e ricreative (laddove erano ingaggiati), che si trovavano a spezzettare i loro orari come riempitivo di fine giornata a compensazione delle minori ore giornaliere degli insegnanti veri e propri.

Il compromesso è stato un’attuazione graduale di questa riforma dei ritmi scolastici, lasciando ai singoli dipartimenti (le province francesi) la scelta sugli orari, che come si può capire, ha sconcertato anche le abitudini delle famiglie (anche se le associazioni dei genitori avevano caldeggiato la scelta e avevano premuto per l’attuazione immediata). Il risultato è che, a quanto sembra solo un 22% delle scuole francesi ha applicato la “révolution douce”. Il resto affronterà il problema il prossimo anno.

La riforma dei programmi

Anche nel caso della riforma dei programmi si è assistito ad un fare e disfare. Nel 1989, ministro dell’educazione Lionel Jospin, si era proceduto alla costituzione di un Consiglio Nazionale dei Programmi, una struttura formata da 22 “saggi” che dava un minimo di collegialità ad un lavorio, frequente nella scuola francese, di cui fino a quel momento si faticava a capire chi fossero gli autori. Ma nel 2005 il Ministro Fillon decise di abolire tale consiglio (Loi d’orientation pour l’avenir de l’école). Lo scorso autunno il ministro Peillon ha pensato bene di istituire nuovamente un Consiglio Superiore dei Programmi, organismo che dovrebbe assicurare la collegialità, nonché il consenso, nell’operazione. Ma il numero dei docenti “in produzione” è basso, gli altri sono “saggi” o personaggi di nomina politica. Un po’ poco per una promessa di consultazione della categoria che Peillon aveva fatto. Tanto valeva affidarsi a nomi universalmente stimati come si era fatto alla fine degli anni cinquanta quando i programmi di storia erano stati affidati a Braudel.

Comunque l’opera si configura come un lavoro di Sisifo, non solo per la vastità, ma soprattutto perché si tratta di rivoluzionare il punto di vista passando dai programmi, come sono stati intesi finora, ai curricola, un po’ come da noi col passaggio dai programmi alle indicazioni. I curricula costituiscono insiemi più larghi dei programmi, perché includono obiettivi, contenuti globali, indicazioni per la pratica e modalità di valutazione. La tradizione francese, al contrario, è una tradizione rigida in fatto di programmi da Jules Ferry in poi. È pur vero che personaggi storici come Jean Zay, ministro del Fronte Popolare, o Paul Langevin ed Henry Wallon, che ridisegnarono la scuola postbellica, insistevano sul fatto che i programmi erano solo indicativi e che non serviva una cultura enciclopedica, ma la tradizione ufficiale è sempre stata molto attenta alla formalità degli argomenti da svolgere. Anche se poi, nella realtà, i programmi erano talmente vasti da non essere in molti casi compiuti alla fine dei cicli. Un fenomeno abbastanza presente anche da noi, con gli insegnanti costretti tra l’ansia di “finire il programma” e il sapere che qualcosa andava pur tralasciato.

Inoltre la cosa si scontra con le modalità di valutazione basate su medie piuttosto precise e su un baccalaureato che è l’esatto contrario della riforma che si vuole introdurre. Nonché con un’articolazione in discipline spesso discutibili, il che ha fatto dire allo storico dell’educazione Antoine Prost che ci sono ancora delle discipline nelle quali noi facciamo la parte dei portatori d’acqua che vanno avanti e indietro con i secchi, quando c’è già l’acqua corrente. Insomma la fluidità di un sapere amalgamato contro le vecchie rigide distinzioni.

La carta della laicità

Il terzo caposaldo dell’azione di Peillon è la laicità: appendere all’albo di ogni scuola una carta della laicità che stabilisce regole comportamentali su questo fronte. Benissimo direte voi. Ma la cosa non è priva di stridenti contraddizioni.

In primo luogo la norma si applicherebbe solo alle scuole statali, ne restano fuori le 8.800 scuole private convenzionate (cioè col personale stipendiato dallo Stato) e circa 2 milioni di alunni.

E poi la cosa riapre l’annosa “vicenda del velo”, che già molti grattacapi ha dato alla scuola francese. Insomma la cosa più che a porre un argine cautelativo alla religione dominante (ammesso che la Francia ne abbia una dal momento che un’inchiesta di Le Monde des Religions di qualche anno fa aveva stabilito che i cattolici francesi non raggiungevano il 50% della popolazione) rischia di apparire una stigmatizzazione della comunità mussulmana, la più consistente minoranza religiosa del paese. Certamente il Ministro Peillon nega che l’intenzione sia questa e confida sul fatto che comunque lo stato di laicità offre molti vantaggi ai compatrioti mussulmani.

Ci vuole ben altro che una carta affissa a un muro, dicono molti insegnanti, consapevoli che si tratta di un processo storico e che lamentano piuttosto una scarsa preparazione sull’argomento da parte dei percorsi formativi dedicati all’insegnamento (gli Istituti Universitari di Formazione Magistrale). I problemi non stanno solo nella contraddizione tra la “legge familiare” e la legge della Repubblica, ma anche all’interno stesso delle discipline che si insegnano: lo studio dei testi religiosi in sesta e in quinta (le nostre prima e seconda media), la storia della Shoah in terza e prima (le nostre prima e terza superiore), il conflitto arabo-israeliano al liceo, i corsi sull’evoluzione e sulla sessualità in biologia. E poi nelle attività sportive, nel nuoto, nelle arti plastiche e in mensa. Il ministero, lo stesso che ha permesso che la giovane Leonarda fosse prelevata durante una gita scolastica ed espulsa insieme ai genitori sans papier, pensa di dare una mano con un “kit pedagogico” che è in corso di preparazione (sic!).

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